Progettiamo insieme la scuola senza pareti allo Scholas Labs Jam

Scholas Labs Jam Collage

 

Ok, sono passate due settimane dalla mia partecipazione allo Scholas Labs Jam, ma la butto sull’empatia: torno a casa da questa sorta di startup week-end e trovo un papà sfinito dalla mia assenza di due giorni e il bimbo coperto di bollicine sospette.

Dopo svariati giorni passati a cercare una diagnosi certa (sembra sia stato un mix tra V malattia e orticaria, tanto per confondere giusto un po’ le acque, pardon, le macchie) e a placare i comprensibili malumori del piccoletto, posso finalmente mettere mano al post rimasto “in canna”.

Riavvolgendo velocemente il nastro (metafora analogica degna della mia data di nascita, targata anni ’80)…

 

Cosa è lo Scholas Labs Jam

È la prima maratona di sviluppo organizzata da Scholas Occurrentes, l’organizzazione senza fini di lucro fondata da Jorge Mario Bergoglio nel 2013 ed ispirata al lavoro portato avanti con le scuole di Buenos Aires ancor prima che fosse eletto pontefice. La sua missione?

Realizzare l’integrazione delle comunità, con particolare attenzione a quelle con meno risorse, attraverso l’impegno di tutte le parti sociali interessate, integrando le scuole e le reti educative in tutto il mondo attraverso proposte tecnologiche, sportive e artistiche.

Il jam è stato organizzato da Scholas in cinque diversi paesi, coinvolgendo in contemporanea team a Roma, Madrid, Città del Messico, Miami e Buenos Aires.

Qui in Italia siamo stati ospitati nella sede di Bic Lazio e guidati da Alessandra Graziosi, ceo di iOsmosi, e Marta Simoncelli, coordinatrice di Scholas per la Penisola Iberica.

Qual è stato il tema del jam

I team coinvolti nel jam sono stati chiamati a dare il loro contributo ideando e proponendo servizi e modelli di scuola capaci di rinnovare il mondo dell’educazione, rendendola sempre più aperta ed inclusiva.

In particolare il tema sul quale ci siamo misurati è stato uno:

La scuola senza pareti

Pareti fisiche, di quelle che dividono gli ambienti scolastici e impediscono ai bambini di incontrarsi, mescolarsi, oppure guardare cosa c’è al di fuori, lasciando correre lo sguardo e la fantasia?

Pareti intese come pregiudizi da abbattere, come quelli che spesso fanno sì che i bambini più in difficoltà siano emarginati ed esclusi dalle dinamiche di gruppo?

Pareti innalzate dall’impossibilità di accedere agli strumenti didattici, per chi magari una scuola fisicamente neanche ce l’ha?

Pareti fra scuola e vita reale, per cui spesso non c’è compenetrazione tra ciò che i ragazzi studiano sui banchi e quello che fanno al di fuori, o che faranno una volta terminati gli studi?

Un po’ tutte le interpretazioni citate sono state sviluppate all’interno dei gruppi di lavoro, portando ad immaginare soluzioni innovative, che dessero risposte ai bisogni concreti di chi il mondo dell’educazione lo vive come alunno, insegnante, genitore.

I problemi reali ai quali dare risposte concrete

Quando si parla di startup, l’aspetto che più mi affascina è che tutto il processo di creazione del prodotto/servizio nasce e viene progettato sul bisogno del proprio target di riferimento. Per conoscere le reali necessità il primo step da compiere è proprio quello di mettersi in ascolto, per questo è sempre necessario partire da una fase iniziale di sondaggi.

Col nostro team di lavoro, ognuno chiedendo attraverso i propri canali e coinvolgendo la propria rete, abbiamo ricevuto in poco tempo tantissime risposte ad una semplice domanda condivisa tramite Google Form: se dico “scuola aperta”, cosa ti viene in mente? Tra tante, alcune mi sembrano bene sintetizzare i principali nodi da sciogliere per rendere la scuola un po’ più simile a come tutti la vorrebbero:

Una scuola con una didattica innovativa che sappia stimolare gli alunni di questa generazione, anziché annoiarsi come troppo spesso accade.

Spazi ampi dove gli alunni possono stare insieme ma anche isolarsi quando lo ritengono opportuno. Spazi aperti per aiutarli a coltivare e sviluppare quelli che sono i loro talenti naturali aiutati da un mentore.

Una scuola che coniughi l’imprescindibile approccio tradizionale alle materie e nuove proposte didattiche che valorizzino le differenze personali dei giovani allievi.

Una scuola che permetta la contaminazione tra persone in qualunque parte del mondo si trovino!

Una scuola che si apre ad iniziative e idee extracurricolari, a innovazioni e ricerche e si apre anche a soggetti che non sono propriamente studenti.

Una scuola che diventi punto di riferimento per la comunità nella quale si trova, per accogliere e dare competenze e strumenti necessari per migliorare le persone di quella comunità, una scuola che sia capace di contribuire fattivamente prioritariamente a livello locale ma tenendo conto di contesti e prospettive nazionali ed internazionali, “Think global,act local”,in una parola a “Think global school.”

Il coinvolgimento dimostrato e le motivazioni date da chi ha risposto al questionario sono stati tali, da dimostrare chiaramente quanto il dibattito sull’educazione sia vivo e sentito!

Chi ha partecipato

I partecipanti al jam provenivano da realtà diverse, ed è stata questa diversità a innescare la miccia del processo creativo.

Personalmente sono stata colpita dal confronto con gli educatori presenti, tra cui  Linda e Luigi Ferdinando Giannini (presidente del Campus Internazionale di Musica:); Paola Amorelli;Lara Rollo; Maria Adelaide Paolucci; la Magic Teacher Federica Rotella di Hocus&Lotus; Rita Cadeddu; Carlo Alberto Pratesi, docente di Marketing, innovazione e sostenibilità presso l’Università Roma Tre. Parlando di scuola, chi più di loro avrebbe potuto dare un punto di vista sulla didattica, la vita in classe, le strutture scolastiche? E così ho saputo che a Latina esistono classi arredate con materiali di recupero ricondizionati, o che bambini di due anni apprendono l’inglese con grande facilità, se lo fanno attraverso il gioco!

Parlando poi di scuola inclusiva, aperta e accogliente nei confronti dei bisogni di tutti gli alunni, Stefania Stellino (presidente di ANGSA Lazio, la sede regionale dell’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) e Cristina Bonatti, organizzatrice di “merende autistiche”, ci hanno raccontato le difficoltà vissute dai loro figli in contesti scolastici ancora impreparati a gestire la differenza: tra genitori di “bambini performanti” che sono i primi ad essere turbati da quelli che considerano “bambini difficili”, e insegnanti che non hanno gli strumenti per dare il giusto supporto, ai loro ragazzi spesso manca il giusto sostegno e non vengono riconosciute le loro modalità di apprendimento diverso.

Una scuola inclusiva, è sempre più una scuola che sfrutta gli strumenti digitali per favorire l’integrazione e supportare la didattica. Per questo sono intervenuti anche Daniele Angeloni di Digiconsum, associazione che lavora per il superamento del digital divide e promuove la cittadinanza digitale; Dianora Bardi del Centro Studi Impara Digitale, che promuove lo sviluppo e diffonde l’utilizzo di didattiche per la scuola digitale; Paolo Quadrino di WikiScuola, società specializzata nella formazione e nei servizi alle scuole nel settore dell’innovazione didattica digitale per lo sviluppo professionale dei docenti; Stefano Ghidini, responsabile della divisione educational di C2Group, azienda che sviluppa soluzioni tecnologiche media digitali complete, per aiutare l’evoluzione verso le classi 2.0 e 3.0.

Partecipando ad un hackathon, potevano forse mancare rappresentanti del settore startup? Per conto di Le Cicogne (vi avevo già parlato di loro nel mio ultimo post!) era presente la loro Art Director, Ludovica Angeletti. C’era anche Alberto Piras, CEO di Brave Potions, l’app che aiuta i bambini a superare l’atavica paura del dottore, del dentista e dei loro arnesi strani attraverso un pizzico di magia. Per Mash&Co, la coloratissima app che insegna ai bambini il rispetto della natura, la condivisione, l’amicizia, il Ceo Vincenzo Merenda. Poi Elena Stafano di Bim Bum Bis, che lo scorso novembre ha partecipato al Wind Business Factor con la sua idea di piattaforma per la compravendita prodotti second hand per l’infanzia e la maternità. Infine il team al completo di BehaviourLabs, la startup catanese di Daniele Lombardo, che sviluppa soluzioni software per robot umanoidi, con l’obiettivo di soddisfare le esigenze del mercato della social, personal, ed eHealth robotics. In rappresentanza degli investitori, c’era poi Anna Amati vice-presidente di MetaGroup e ideatrice dei Creativity Camp, delegato all’Education di “italia startup”.

C’era anche una serie di profili più “creativi”. Sul fronte comunicazione, Elisabetta Tranquilli della già citata Hocus&Lotus; Giuseppe De Lucia, Head of Communication per l’Italia, la Libia e Israele in Ericsson; Lorenzo De Tomasi, tra le altre cose anche game designer per il progetto Facciamo, un libro e una app che raccontano ai bambini le emozioni attraverso le espressioni del volto umano. Marta Serpietri, fondatrice dell’Associazione DiScienza, che si occupa di educazione non formale e di learning by doing, con la quale ha collaborato alla creazione del progetto Codemotion KidsFabrizio Faraco, facilitatore Lego Serious Play (avete mai sentito parlare di questo metodo?); Loriana Liuzza, baloon artist; Devid del Mauro, optometrista specializzato in visual training per anomalie del sistema visivo, anche correlate a BES, DSA, ADHD, Autismo. E la sottoscritta che, blog a parte, ritiene che il piccolo malatino sia stato la sua opera creativa principale!

Last, but not least, il gruppo dei “figli di” (si fa per scherzare, eh!): Nicole, 13 anni, persona nello spettro autistico; Margherita, 4 anni; Riccardo, 17; Massimo, 14. È per loro, e soprattutto con loro, che abbiamo lavorato durante questo week-end.

Cosa sarà dei progetti presentati

I progetti presentati saranno valutati e selezionati dal team di Scholas Occurrentes per entrare, eventualmente, nel programma di accelerazione da loro previsto: 4 mesi in cui validare, strutturare e lanciare il progetto ideato, all’interno della rete di oltre 400.000 scuole coinvolte da Scholas Occurrentes. Con l’obiettivo di cambiare il mondo, attraverso l’educazione!

Le mie personalissime conclusioni

Sono stati due giorni intensi e mettere in piedi dei progetti di lavoro partendo da zero non è stato semplice. Formare i gruppi, aggregarli in base ad un’idea comune, trovare il giusto spirito di affiatamento in poche ore non è mai banale!

Ma al di là del risultato e del giudizio finale che sarà dato ai progetti, l’aspetto più bello è che, in questa occasione, noi stessi che abbiamo preso parte al jam siamo stati i protagonisti di quel processo di educazione inclusiva che tanto sta a cuore al Papa.

Lavorando insieme ed apportando ognuno il proprio bagaglio di esperienza, la propria professionalità, la passione e la creatività che ci contraddistinguono, abbiamo sperimentato in prima persona cosa voglia dire armonizzare le differenze, sapendole valorizzare.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.